Dobbiamo ringraziare Carola Rackete per aver preso il testimone che da secoli si passano le persone coraggiose.

Si tratta di persone che hanno la forza di gridare al mondo l’ingiustizia della legge e che hanno pagato per le conseguenze delle loro azioni. Carola è agli arresti e rischia fino a dieci anni di carcere per aver salvato delle vite umane. Il suo gesto è stato paragonato a quello di Antigone che nella tragedia sofoclea muore per aver disobbedito all’editto di Creonte che vietava di seppellire il corpo dei nemici.

Antigone rappresentava il “nómos”, la tradizione, la legge incancellabile degli Déi a cui nessuno poteva opporsi. Molte generazioni sono cresciute con questo modello di riferimento; ogni qualvolta si rivendicano i diritti inviolabili dell’essere umano, si parla della disobbedienza di Antigone. Forse l’esempio più calzante è rappresentato dagli orrori dei regimi autoritari ed in particolare di quello nazista.

Di fronte a una legge ingiusta abbiamo il diritto di rivendicare la forza del diritto. Ma la vicenda di Carole è destinata a creare molto più scalpore perché improvvisamente attira la nostra attenzione sul silenzio complice della gente. Sono sicuro che tanta gente è in disaccordo con l’idea di chiudere tutti i confini del mondo, da Tijuana a Lampedusa. Sia perché è un’operazione utile solo ai trafficanti e ai politici che vogliono distrarre l’attenzione della gente dai problemi veri, sia perché è perfettamente inutile.

Dunque il vero scandalo della Sea-wacht è constatare ancora una volta che di fronte a una persona che “osa” c’è, come direbbe Pasternak, “un pianoro di codardi e di codarde” che non hanno il coraggio di parlare, che preferiscono il conformismo della paura”.

Dalla rivoluzione francese in poi la storia ha puntualmente smentito il valore assoluto della legge, e la necessità di stare contro la legge quando questa è palesemente ingiusta. Dovremmo tutti capire quale volto vogliamo dare alla società in cui viviamo. E tutto quello che facciamo contribuisce a dare questo volto, soprattutto quando decidiamo di non dedicarci agli ultimi, ai più deboli e di seguire assurdamente leggi ingiuste.

Vorrei ricordare le parole di Pietro Calamandrei nella sua arringa a difesa di Danilo Dolci, “le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto”.