Riflessioni per il Centenario della nascita di Leonardo Sciascia

Sono nato in una di quelle regioni del sud Italia considerate “terre di mafia”. Ho vissuto la mia adolescenza fra la prima e la seconda guerra di mafia. Ho visto tanti morti ammazzati, corpi fatti a pezzi da autobombe, innocenti uccisi per errore. Ho visto arrestare tanti uomini e donne: criminali, rappresentanti dello Stato, magistrati, poliziotti.


Ho svolto parte della mia attività professionale in altre terre famigerate dove il crimine organizzato possiede eserciti più forti di quelli di una nazione. So quanto è difficile parlare di mafie. È un compito arduo, in una società dove tutti i problemi sono polarizzati. Ma so anche che il rischio maggiore è di non parlarne affatto. Allora bisogna capire come raccontare, in modo semplice, un fenomeno così complesso. Come spiegarlo agli adolescenti di oggi. Come impedire che la semplicità si trasformi in menzogna.

Per riuscire in questo compito, Leonardo Sciascia ha messo al centro dei suoi racconti gli ideali e le speranze delle persone comuni. Nel suo romanzo “Una storia semplice”, lo scrittore riesce a parlare di questa complessità senza mai usare la parola “mafia”, scoprendo però il suo terreno di coltura: quel mondo di burocrati che non fanno il loro dovere, quella giustizia marcia che aumenta la sfiducia nelle istituzioni. E così gli ideali vengono distrutti dalla corruzione delle istituzioni e dalla gente che non vuole cambiare il proprio comportamento; due zone d’ombra della società che finiscono per alimentare un sistema di potere che va oltre la dimensione mafiosa.

Un Potere criminale che domina ogni settore della società, che nega la verità e la giustizia perché è composto da quelle stesse persone che dovrebbero combattere tale potere. Descrivendo la Sicilia, Sciascia descrive in realtà un contesto più ampio, perché il groviglio criminale rappresentato nelle sue opere oggi lo troviamo in ogni latitudine del mondo. Ovunque, si presenta come un ingranaggio che uccide gli ideali dell’uomo comune.

Non importa se sei colpevole o innocente. Quando cadi nell’ingranaggio, sei vittima del gioco assurdo del Potere. L’unica salvezza è continuare a parlare, a dire la verità, a essere te stesso, perché raccontare significa ridare senso alla vita, mettere sempre in gioco il pensiero e rendersi utile agli altri. Difatti, Sciascia veniva sempre citato dal mondo della politica come un intellettuale libero, “scomodo per gli amici e temuto da quanti amano solo gli accomodamenti”, come disse di lui Giulio Andreotti.

Raccontare come atto di responsabilità sociale: un’ossessione che lo scrittore scelse di mettere nero su bianco nella prefazione al suo ultimo libro “A futura memoria”, dove riportò le parole di Georges Bernanos: “Preferisco perdere dei lettori piuttosto che ingannarli”.

Secondo Sciascia, per fare bene il suo lavoro, uno scrittore deve essere se stesso; non deve accettare verità rivelate o fabbricate. Così si valorizza il racconto come sistema per consentire, a chi ti ascolta, di avere una possibilità di cogliere un senso nelle tragedie della vita.

Non vedo altra condotta, per me, e altra speranza, dice Sciascia. È la speranza che Aristotele definiva come la condizione dell’uomo che sogna da sveglio. I sognatori sono quegli uomini e quelle donne senza nome che hanno lottato contro il Potere criminale e per questo sono stati uccisi o mandati in esilio. Sono loro che hanno fatto la Storia dell’antimafia in Italia. Ma di loro, poco si parla.

Sono magistrati che hanno fatto il loro lavoro in silenzio, lontano dal palcoscenico mediatico, rifuggendo la retorica dell’eroe salvifico; sono giornalisti -loro sì che si possono chiamare tali- che non si sono piegati alle logiche perverse dell’informazione corrotta; sono gli insegnanti di scuola che hanno reso possibile il risveglio della società civile nel sud Italia; i cittadini che hanno avuto il coraggio di fare il giudice popolare nei processi di mafia, mentre alcuni giudici sfuggivano al loro dovere.

Sono preti, operatori sociali, sindacalisti, scrittori di cui non si parla ogni giorno o, forse, non si è parlato mai. Il pensiero salta a un altro scrittore, in un altro angolo del mondo, in un tempo non troppo lontano dalle opere di Sciascia e a un romanzo che affida alle due scarne parole del titolo i troppi strati di significato, riflessione, vicende e che racconta le dinamiche della società che vanno ben oltre quelle di riferimento.

Basterà dire che Invisible Man, titolo fortemente voluto dall’autore Ralph Ellison, racchiude tutto, dallo statement, alla denuncia, alla lotta di chi si rende conto di essere tale, cerca di sfuggire a quella condizione, infine si rassegna, accetta, o perfino sceglie di esserlo. Dal prologo di quello che è considerato uno dei 100 libri più importanti di un secolo, basta riportare alcune frasi per indagare uno stato che è utile anche per noi:

“Sono un invisibile. […] Sono invisibile, comprendete, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. […] L’invisibilità a cui mi riferisco accade a causa di una disposizione particolare degli occhi di coloro con cui entro in contatto. Una questione di costruzione dei loro occhi interni, quelli con cui guardano, attraverso i loro occhi fisici, la realtà. […] Soffri maledettamente per il bisogno di convincerti che esisti veramente nel mondo reale…”

L’eredità lasciata da Leonardo Sciascia, amico degli oppressi, è una celebrazione a tutti loro: a tutti gli invisibili che hanno lottato per la verità e per la giustizia e che continueranno a farlo.