“Ci uccidiamo tra noi, in silenzio”. Aveva ragione Tommaso Campanella: moriamo di fame, rabbia e soprusi; moriamo rassegnati ad una condanna. Il sud Italia continua a spopolarsi, rimane terra di nessuno.

“Questa è una terra in cui stranieri combattono altri stranieri: i turchi vogliono cacciare gli spagnoli, i banditi comandare sui viceré. E il popolo, la gente nata qui, spera nell’uno o nell’altro, senza pensare che saranno sempre altri a contendersi la loro vita”. Chi alza la testa viene presto eliminato, dalla mafia o dal potere, fa poca differenza. Chi resta, si ferma in religioso silenzio, diventa cannibale, subisce un processo di trasformazione che gli permette di adeguarsi, di esercitare il rispetto per chi comanda. Scriveva Gramsci in una lettera alla moglie del marzo 1933, che non immaginava quanto fosse facile diventare cannibali.

In una situazione estrema, come può essere quella del naufragio (o del carcere o di una società repressiva) per sopravvivere arriviamo a trasformarci e a fare cose che non avremmo mai pensato di fare. Mangiare il cadavere del nostro compagno, una sorta di “trasformazione molecolare” che ti fa diventare “altro”. La tua personalità si sdoppia: “una parte osserva il processo, l’altra parte lo subisce, ma la parte osservatrice sente la precarietà della propria posizione, cioè prevede che giungerà un punto in cui l’intera personalità sarà inghiottita da un nuovo individuo con impulsi, iniziative, modi di pensare diversi da quelli precedenti”.

Siamo lontani dalla strategia che aveva usato Tommaso Campanella per resistere alle peggiori torture: ripetere una sola frase, “dieci cavalli bianchi…dieci cavalli bianchi…”. Era un modo per bucare il tempo e cancellare lo spazio. Sarà ancora praticabile? Non troviamo esempi. Solo tanti cannibali che popolano una terra deserta, dove si muore in silenzio.