Pulcinella e il virus della visibilità

A quanto pare siamo tutti contaminati dalla sindrome di Pulcinella, che non è l’acromegalìa, come si è pensato per anni bensì il virus della visibilità.

Anche nelle immagini recenti del terremoto, abbiamo assistito a una strana gara per la gestione della propria immagine. Non stupisce più se la guerra dei click è portata avanti da blogger, adolescenti e adulti in perenne crisi di identità. Mi preoccupa un po’ di più quando sono le Istituzioni a dover competere, quasi per dimostrare chi ha fatto di più o chi ha fatto meglio. È il paradigma del paese di Pulcinella, dell’Italia frammentata e conflittuale: la polizia mostra come interviene con i cani? E allora l’ufficiale della Guardia di Finanza spiega come sono stati bravi loro esibendosi in una lunga intervista dall’italiano incerto.

I carabinieri sono i primi ad arrivare come gli angeli? E allora che dire della Corpo Forestale dello Stato che fa una diretta su Facebook per mostrare come ha consegnato dieci casse di acqua minerale con l’elicottero? Tutto sommato questa egobroncofonìa mediatica non produce danni e comunque evidenzia una lodevole attività spesso svolta in silenzio. Molto più preoccupante sembra il contagio del virus di Pulcinella nel mondo della cultura.

Avete fatto caso che si legge sempre di meno e si pubblica sempre di più? Come spiegate che tutti vogliono pubblicare un libro ma pochissimi vogliono leggere? E come spiegate che tutti vogliono “intervenire in conferenza” ma sempre meno persone sono disposte ad ascoltare? Non c’è dubbio che il linguaggio e il suo sistema di simboli ci solleva al di sopra dei bruti ma dovremmo forse ricordare che le parole vanno trattate efficacemente.

Anche Goethe in piena maturità iniziò a sospettare dell’uso della parola. Così scriveva: “Noi parliamo fin troppo. Dovremmo parlare di meno e disegnare di più”. Ben venga allora l’intensificazione della scrittura, delle pubblicazioni e degli spettacoli mediatici ma intensifichiamo anche la nostra capacità di ascoltare e di guardare il mondo. Mettendo a fuoco l’opacità dei concetti, dell’etichette e delle astrazioni potremmo avere grandi sorprese.