Sognatori e traditori nell’isola di confine

Dedicato all’Associazione Teatro Laboratorio Isola di confine.

In tempi di Brexit e di separatismi farebbe bene rileggere il “Manifesto per un’Europa libera e unita” scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Hursula Hirschmann nel confino dell’isola di Santo Stefano e pubblicato clandestinamente da Eugenio Colorni nel 1944.

L’Isola di Santo Stefano è stata un carcere dal Regno delle due Sicilie al periodo del regime fascista.
Lì sono stati rinchiusi Sandro Pertini, Umberto Terracini, Adele Bei, Rocco Pugliese, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Raffaele Settembrini, Silvio Spaventa e tanti altri: rivoluzionari, liberali, sognatori e traditori. I confinati avevano organizzato molte attività comunitarie; botteghe, biblioteche, attività musicali con diverse mense divise per appartenenza politica (tra cui 2 mense per gli anarchici). Il confino diventò un vero e proprio laboratorio culturale grazie alla presenza sull’isola di una biblioteca molto fornita e di tanti libri portati clandestinamente dai carcerati.

Gli effetti paradossali di questa misura di prevenzione non tardarono ad arrivare: il confino di Ventotene diventò un laboratorio di cultura antifascista, una terra di confine con un mondo ostile e minaccioso. Il carcere di Santo Stefano (ispirato al panopticom del filosofo inglese Jeremy Bentham nel 1791) era strutturato con una forma semicircolare che permetteva a pochi osservanti di controllare il numero massimo di carcerati. A questo controllo sociale dello sguardo che impone e controlla, si è aggiunto in tempi più recenti anche lo sguardo che ammalia e seduce (synopticon) dei media, inventori della realtà e di modelli condivisi che portano l’uomo ad un’omologazione totale.

Ecco perché paradossalmente rischiamo di essere meno liberi di quanto non lo fossimo 50 anni fa. Eppure, comunità che producono cultura continuano a esistere: e allora bisogna avere cura di salvare quei luoghi di confine che producono teatro, musica, arte, poesia, creando relazioni forti tra persone, intessendo iniziative di sensibilizzazione in un mondo sempre più spersonalizzato e disumanizzato. Dobbiamo farlo, magari con l’esortazione di Ronald Laing in mente:

Tutto in tutti
ciascun uomo in tutti gli uomini
tutti gli uomini in ciascun uomo