“Un uomo è come due colombe appollaiate su un ciliegio: un uccello mangia mentre l’altro lo guarda silenzioso”. (Upanishad)

Afferma Arthur Schopenhauer: “Chi ha giuste intuizioni in mezzo a cervelli confusi si trova come uno che abbia un orologio che funziona in una città dove tutti i campanili hanno orologi che vanno male. Lui solo conosce l’ora esatta, ma a che gli giova? Tutti si regolano secondo gli orologi della città che indicano l’ora sbagliata, persino chi è al corrente che solo il suo orologio segna l’ora giusta”.

Mi sembra un buon esempio per capire come funziona una cultura mafiosa: difficile cambiare il comportamento, la mentalità, di persone che condividono il modello culturale dominante in cui vivono.

La scienza ci ricorda che esiste un destino genetico immodificabile ma che nel corso della prima infanzia, riceviamo gli stimoli che condizionano il nostro futuro modo di essere e di pensare. Quando si parla della necessità di sconfiggere la mentalità mafiosa si fa riferimento proprio ai processi di inculturazione che si consolidano in questa fase d’età.

Pertanto il cambiamento non si può imporre usando l’arma della repressione e trascurando o ignorando piani di prevenzione a lunga distanza con investimenti nei settori della cultura, delle politiche del lavoro, nelle politiche familiari, nella agenzie educative, delle comunicazioni. In mancanza di tutto ciò, sappiamo bene che il tanto propagandato risveglio delle coscienze, serve a ben poco e per poco tempo.

L’educazione familiare e scolastica, l’imitazione degli adulti e l’assimilazione delle regole di comportamento di una comunità in cui prevale una cultura mafiosa dominante, creano un’identità difficile da scardinare anche perché l’essere umano tende a consolidare il proprio modo di essere e a ripetere gli stessi schemi di comportamento anche se errati o se producono sofferenza. Se troviamo ancora ampie zone del nostro paese in cui si ripropongono modelli culturali mafiosi, in cui il tempo sembra si sia fermato, probabilmente ciò è dovuto a un processo di normalizzazione dell’illegalità e della violenza a cui si adeguano tutti, buoni e cattivi, mafiosi e non mafiosi.¹

Orlando apre il suo racconto sul cambiamento di Palermo citando un noto detto siciliano: chi nasce rotondo non può morire quadrato. Tutto perfettamente contraddetto dalla storia degli ultimi quarant’anni di Palermo, un città che ha saputo cambiare radicalmente la propria immagine, da capitale della mafia a capitale della cultura, dell’integrazione e della sicurezza.²

E in questo cambiamento, la storia del sindaco Orlando si lega a doppio filo con quello della città. La saggezza popolare svela la complessità dei processi culturali. In realtà nessuno nasce rotondo ma probabilmente lo diventa per effetto di quella plasmazione dovuta ai processi di inculturazione; e la storia di una comunità conosce successi e insuccessi, conquiste e pericolose regressioni che spesso si intrecciano in un circolo vizioso che fa pensare che nulla possa in realtà cambiare veramente.

Come nel celebre film “il Giorno della marmotta”, in cui il protagonista rimane intrappolato in un circolo temporale in cui gli eventi si ripetono uguali ogni giorno senza nessuna possibilità di intervenire per cambiarli. Ma anche in questo caso la trasformazione è possibile; perché se non si può fare nulla per aiutare tutti gli altri, si può fare qualcosa per cambiare se stessi.³

Il cambiamento spesso avviene proprio grazie alle battaglie personali di uomini e donne che si ostinano a procedere controcorrente pur di sfuggire all’idea che il tempo si possa fermare per sempre. Sono queste persone che popolano il racconto di Leoluca Orlando e della sua Palermo; persone che hanno ricominciato da capo fino al punto di riassegnare valore al tempo. A Palermo il tempo è ripartito perché si è rotto quel sistema perverso che incastra i destini individuali fra un passato percepito come fase tragica da dimenticare e un futuro subìto come orizzonte incerto e non più pensabile.

L’ansia, la paura e il senso di colpa di chi vive in un tempo bloccato, spesso si è tradotto in comportamenti perversi che hanno sempre più potenziato la mentalità del silenzio compiacente, dell’indifferenza, della rassegnazione. Così si è diffuso il veleno dell’eterno presente; la formazione di un’area grigia dell’animo umano che finisce non solo per favorire la mafia ma anche ogni atteggiamento critico della realtà. La presenza di uno Stato con il volto della mafia e di una mafia con il volto dello Stato è forse il punto più doloroso di questo racconto; sdogana definitivamente la concezione di una realtà divisa così nettamente fra buoni e cattivi, fra mafia e antimafia e in qualche modo spiega anche perché in Italia le organizzazioni mafiose non sono ancora state sconfitte.

Per tutti quei giovani che oggi abbracciano la causa della cultura della legalità, immaginandosi un mondo in cui lo Stato giochi il ruolo della parte buona, risulta sempre difficile spiegare quanto ha pesato, e pesa ancora oggi, la sua compromissione con il sistema mafioso. E a questi giovani va anche mostrata la parte più vera del nostro paese: quella di tanta gente onesta che ha avuto il coraggio di rivoluzionare il modo di fare comune, semplicemente facendo il proprio dovere. La più grande lezione di legalità proviene infatti, secondo l’insegnamento di Padre Pino Puglisi, dal fare quello che spetta a ciascuno di noi.

Fare il proprio dovere, lontano dalla logica dell’eroe che purtroppo oggi è diventata un’altra bandiera sotto la quale si cela la menzogna della legalità senza cultura e del giustizialismo senza giustizia. Lo avevo capito bene Leonardo Sciascia quando affermava: «Spero che nessuno mi spari, perché non vorrei diventare un eroe anch’io». Il tempo ha un grande valore, ma collegato solo a un orizzonte mitico tende a privilegiare l’aspetto più controverso dell’animo umano; l’ambizione, la volontà di prevaricazione, la vendetta. Diventa il territorio di sconfitta della giustizia umana.

Il costante richiamo di Leoluca Orlando ai pericoli dell’eterno presente, non riguarda solo le trappole del “mondo connesso in rete”; la seduzione del presente può impedirci di pensare la vita con la capacità di vivere pienamente e intensamente il proprio tempo, superando i limiti delle convenzioni e le trappole del potere e scoprendo tutte le connessioni esistenti tra la nostra coscienza e la realtà che stiamo vivendo. Solo così si restituisce valore al tempo, si rimuovono gli ostacoli alla conoscenza e al cambiamento, si rafforza la democrazia. Si trasforma la violenza in bellezza.

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1. Le ragioni storiche, antropologiche e psicosociali per le quali l’Italia non riesce a ancora a eliminare la presenza delle organizzazioni mafiose, sono state ampiamente analizzate da numerosi autori. Si veda per l’analisi storica: Enzo Ciconte, Storia criminale, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2008; Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli Editore, Roma,1993; Isaia Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché la mafie hanno avuto successo. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2015. Per l’analisi psicosociale: I. Testoni, L. Fossati, M. Cermin, I.Pogliani, Maria S. Gugliemin. “Padre e uomo d’onore. Cosa nostra come cornice morale dell’inculturazione familistica” in Rassegna italiana di criminologia, n. 3/2010.

2. Secondo i dati ISTAT 2018, Palermo si attesta come la più sicura tra le grandi città italiane. l’Indice di criminalità ordinaria degli ultimi tre anni è in progressiva diminuzione mentre l’indice di delittuosità totale risulta il più basso d’Italia con 4.428 delitti ogni 100 mila abitanti (Milano ha un valore di 10.908 delitti ogni 100 mil abitanti).

3. Non si può non ricordare il pensiero della giovane collaboratrice di giustizia, Rita Adria: «Prima di combattere la mafia, devi farti un esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci».

4. Di area grigia parla per la prima volta Primo Levi facendo riferimento all’atteggiamento di tutti coloro che collaborano anche indirettamente al sistema di potere criminale. Cfr. P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986. Si veda anche il contributo di Giuseppe Pignatone in “L’area grigia della ‘ndrangheta” (a cura di Claudio La Camera) Aracne Editrice, Roma, 2012, pag. 17.

5. Molti autorevoli rappresentanti del mondo antimafia si sono espressi contro la logica dell’eroe e a favore di un’antimafia concepita come giustizia sociale. Fra questi spicca la figura di Antonino Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi (Calabria), che ha denunciato e fatto arrestare i capi di una delle più potente famiglie di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria. In più occasioni ha affermato la sua linea di comportamento che è diventata un punto di riferimento per la classe politica e la società civile italiana: “ Io ho fatto solo il mio dovere. Se tutti facessero il loro, la mafia sarebbe finita…”. Antonino Bartuccio e la sua famiglia vivono sotto scorta e continuano a sensibilizzare i giovani sui temi della legalità e della giustizia. Per un profilo sulla sua storia si veda: ildispaccio.it (consultato il 26 dicembre 2018).

6. La raccolta degli scritti di don Puglisi si trova in: Francesco Deliziosi (a cura di) “Pino Puglisi – Se ognuno fa qualcosa si può fare molto”. Milano, Rizzoli, 2018. Prefazione di mons. Corrado Lorefice.

7. Sulla stessa linea, fu tracciato il discorso del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, (Roma 31 dicembre del 2017): “La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro”.